libri usati

Era tanto tempo che io e il caro Andrea Sperelli (Sine Cera) non lo facevamo. Scrivere insieme, intendo. Un paragrafo ciascuno – inizio io. Come continuerà non lo sappiamo neanche noi.

Ci siamo incontrati e scontrati per la prima volta presso una bancarella di libri usati, attratti entrambi dell’unica copia di un libro che entrambi avevamo già letto ed entrambi volevamo rileggere.
“Il gabbiano Jonathan Linvingston”, di Richard Bach. Un libro che avevo letto, ormai una decina di anni fa. Mentre camminavo distrattamente per le vie della città, lo intravidi su una bancarella, mi avvicinai ed allungai la mano per sfogliarlo, ma ciò che toccai per primo fu la sua mano.
Tocco di persone sconosciute: in genere mi infastidisce, invece questa volta ho indugiato – meno di un secondo ma più di quanto sarebbe stato realmente necessario a scostare la mano.
Un semplice sfiorarsi, quante sono le emozioni che passano per il tatto che risveglia la vita. Quindi vidi le sue dita affusolate, il suo corpo snello ed i suoi occhi incerti sui miei. Le porsi così un sorriso, ritraendo la mano, alla fanciulla che ora aveva di fronte.
Mi scusi – dissi – e avrei voluto aggiungere che quel libro l’avevo visto prima io, ma le parole rimasero dentro, timide come sempre.
-È vero sono vecchio dentro, preferirei comunque dire saggio, ma ti prego non darmi del lei. Prendi pure il libro a patto però che dopo ti possa offrire un caffè.-
Mi sembra un buon patto. Le spiace… ehm, ti spiace se facciamo un altro giro per le bancarelle prima del caffè? Cercherò di non rubarti altri libri.
-la ladra di libri, dunque. Piacere di conoscerti! D’accordo, mi sembra un buon compromesso. Anzi facciamo una cosa, ti offro il libro se mi permetti di scriverci sopra una dedica, che leggerai solo una volta seduti al locale, andata?-
Andata – risposi – incuriosita e attratta dal suo modo di fare intraprendente ma non invadente.
Cosa ne dici di presentarci prima di passare un po’ di tempo insieme? Inoltre sulla dedica dovrò pur mettere un momento no… Leonardo, piacere – tendendo la mano –
Rossella, piacere mio evidentemente. Ci ho guadagnato un libro, un caffè e probabilmente anche una piacevole chiacchierata – dissi sorridendo.
Non diamo limiti a ciò che potrà accadere. Alla fine potrebbe pregarmi di vedere di vedere la mia collezione di farfalle… – dissi ricambiando il sorriso.
Mio caro Leonardo, ti facevo più originale di così, le farfalle sono passate di moda. In ogni caso non tiri troppo la caso,non tiri troppo la corda o ritornerò a darle del lei. – dissi facendogli l’occhiolino.
Peccato. Ho un’esemplare di Lycaenidae che ti sarebbe piaciuto.
Sei quasi convincente, potrei anche pensare che tu te ne intenda davvero di farfalle e che la tua non sia una banale scusa…
Molto più probabile che per far sì che la scusa reggesse io mi sia dovuto informare. Il che comporterebbe l’essere un tipo che pianifica ogni aspetto e magari potrei risultare interessante. Potrebbe anche sorgere il dubbio che quanto accaduto alla bancarella del mio amico Francesco non si stato poi così casuale, mia cara.
O magari potresti risultare preoccupante, chi può dirlo. Sbrighiamoci a finire il giro e ad andare al bar prima che io inizi a pensare che tu sia pazzo!
L’arrocco del riccio e Sine Cera, 6-8 ottobre 2017, tra una cosa e l’altra.
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ufficio

Spengo il pc e mi immagino nell’atto di appoggiare le gambe sulla scrivania spingendo un po’ indietro la sedia, le mani dietro la nuca, i gomiti aperti. Invece sfilo le scarpe col tacco, ruoto piano i piedi in un verso e nell’altro, distendo le punte come se fossi una ballerina e poi poggio la pianta sul pavimento, vincendo un innato ribrezzo per la moquette. Il giorno in cui potrò disporre di un ufficio mio avrà il parquet, ho deciso. E avrà anche tante vetrate, come nei film e affaccerà sul mare, non su una stradina anonima come adesso. Ancora non so come farò ad avere un ufficio tutto mio, ma è un dettaglio a cui penserò un altro giorno.
Sono stanca, anche un po’ arrabbiata, penso al collega che per una leggerezza ha combinato un pasticcio che ci metterò almeno due giorni per mettere a posto, poi al capo che vuole che le cose vadano fatte in un certo modo e non prende neanche in considerazione l’idea che io possa avere un metodo alternativo che funziona altrettanto bene, se non meglio e nella metà del tempo. Faccio un po’ di spazio sulla scrivania tra penne colorate, cartelline e post-it e poggio la mia testa sulle mie braccia incrociate.
Non vedo l’ora di andare a casa, ma non ho alcuna voglia di alzarmi da qui. Ho voglia di fare l’amore, è un pensiero improvviso. Non si dovrebbe fare l’amore solo per sfogarsi in un momento di rabbia o per trovare sollievo dalla stanchezza, suppongo. Proprio no. Ma ho voglia di fare l’amore e così non posso fare a meno di pensare a quel nuovo collega molto carino, quello che è stato così gentile da aiutarmi a sbloccare la fotocopiatrice che un giorno funziona e tre giorni no.
“Ti offro un caffè per sdebitarmi” gli ho detto.
Un caffè. Non fosse così tardi potrei invitarlo in ufficio con questa scusa, poi chissà, una cosa tira l’altra e… e già so che in realtà probabilmente non fare niente del genere, non con una persona appena conosciuta però mai dire mai, mi è capitato altre volte di fare cose che non mi sarei mai aspettata ma mi rendo benissimo conto che non ho voglia di fare l’amore con lui, ho voglia di fare l’amore e basta – un motivo in più per non provare neanche a chiamarlo – ma poco importa al momento. Comunque nulla mi impedisce di fantasticare.
Mi abbandono ai pensieri per un tempo che mi sembra indefinito, la stanchezza sta per vincere e sento che dovrei alzarmi o rischio di addormentarmi qui.
Sento bussare alla porta, un tocco leggero ma basta a scuotermi. Potrebbe essere lui, so che fa sempre tardi in ufficio, forse perché è nuovo e vuole dimostrare quanto vale, forse perché gli piace quello che fa.
“Allora, questo caffè? Ho ancora molto da lavorare per oggi, questa è la sera giusta per sdebitarsi, anche se l’orario è più adatto a una cena che a un caffè.” Ha un sorriso irresistibile e poi io ho un debole per gli uomini con la camicia, se sono uomini che la camicia sanno portarla. Ché qui in questi uffici la camicia è quasi d’obbligo per gli uomini ma non tutti riescono ad avere quel fascino. A lui il fascino non manca, decisamente.
Prendiamo due pessimi caffè al distributore – una cena sarebbe di certo meglio – torniamo nel mio ufficio per berli, mescoliamo lo zucchero un po’ troppo a lungo, come a prendere tempo.
Poche parole, non so come sia potuto succedere, la sua mano stava scostando dal mio viso una ciocca di capelli sfuggita allo chignon ormai in piedi da troppo tempo e nello scostarla mi ha accarezzato il viso, scendendo poi lungo il collo. Le sue mani sbottonano piano la mia camicia, le sue labbra baciano il mio collo, mi spinge sulla scrivania. Lo bacio con una voglia che non provavo da tempo, penso che dovrei controllare se la porta è ben chiusa ma in fondo a quest’ora siamo solo noi e lo stringo un po’ più forte a me aggrappandomi alla sua schiena.
Sento bussare alla porta, sussulto, dovremmo ricomporci ma lui sembra non preoccuparsi minimamente. Dovrei fermarlo ma non ne ho voglia, chiunque sia tornerà domani, ho deciso: lo ignoro anch’io.
Bussano ancora, ancora un tocco leggero, sento il rumore della maniglia che si muove, la porta non era chiusa a chiave. Penso a una spiegazione, non mi viene in mente niente.
“Signorina, posso pulire l’ufficio o torno più tardi?” – è una delle addette alla pulizia, ci incrociamo spesso a fine serata.
Sono da sola alla scrivania, alzo lo sguardo stanco. “Sì, grazie, tanto per oggi ho finito.”
Infilo le scarpe, raduno alcune carte nella borsa, auguro buon lavoro e mi avvio verso l’ascensore.
Anche questa giornata è finita.

L’arrocco del Riccio, 29 maggio 2017
29/5/15

prendere una stella

Non si dovrebbe dire a nessuno “Non ce la farai mai”.

Certo, se un amico si sta per imbarcare in un progetto particolarmente complicato, oltre a incoraggiarlo si può anche fargli presente che potrebbe non essere semplice, perché a volte presi dall’entusiasmo  ci si può lanciare in imprese troppo grandi senza considerare tutte le implicazioni. È amicizia anche questo: io ti incoraggio, se posso ti aiuto, tu però considera bene tutti gli aspetti. In qualche caso è forse anche opportuno scoraggiare, ma non si dovrebbe mai dire “Non ce la farai mai.”

“È molto difficile, tieni presente che potresti non farcela” contiene tutte le cautele del mondo e almeno una possibilità. “Non ce la farai mai” non te ne lascia anche una e ti toglie anche un po’ la speranza.

Tutto ciò se il vostro amico non vi ha appena detto che vuole fare qualcosa di davvero impossibile o pericoloso, del tipo che vuole provare a trasformarsi in un unicorno o vuole vedere se riesce a volare. In casi del genere scoraggiatelo e cercate al più presto un medico.

L’arrocco del riccio, 15 ottobre 2017

 

piaza plebiscito
Pasquetta tra pastori e presepi
a San Gregorio Armeno
tra la gente coi cuoppi di frittura
e i turisti che guardano stupiti
tra un palazzo e l’altro
i panni stesi ad asciugare .
La fila per entrare in pizzeria
– Cameriere, quanto c’è d’aspettare?
– Almeno un’ora, pure un poco in più.
Vabbè, lasciamo il nome, siamo in otto.
E intanto allontanarsi pochi metri
all’angolo c’è uno che ha la frittura buona.
Io prendo un arancino, tu che vuoi?
Crocchè e zeppoline a volontà.
Perdiamo un po’ di tempo per la via
ché un’ora non è mai un’ora davvero.
Non è che ci si spezza l’appetito?
Ma va, ma quando mai ci si è spezzato,
se mai il mio appetito è stuzzicato!
La pizza, quattro chiacchiere e un caffè,
facciamo un giro fino al lungo mare
a piazza Plebiscito c’è un africano
che canta e suona l’inno del Napoli con i bonghi.
Forse c’è troppa gente
la prossima volta non ci casco più
meglio godersela in un giorno qualunque questa città.
Tanto lo so che poi ci ricasco comunque.
L’arrocco del Riccio, 28 marzo 2016