clessidra
(A quattro mani con Sine Cera)

Acquistai una clessidra, tempo fa, in un mercatino delle pulci.
È una clessidra molto semplice fatta di legno e vetro.
Solitamente la uso per sapere quando togliere la bustina di tè in infusione.
Questa volta sarà il fumo dell’acqua bollente che la sfiora e mi fa perdere ad osservare i granelli di sabbia che con rigore quasi militare attraversano lo spazio ristretto e precipitano per quello che per loro può essere vuoto fino a che non raggiungono l’altra estremità che
Mi fa domandare se così fanno anche i pensieri.
Cuore e mente, i recipienti che a turno gli accolgono.
Spesso i pensieri cadono solo nel vuoto.
Non c’è libro che possa rasserenare il mio animo, mi sarò alzato e sdraiato dal letto cento volte.
Solo la clessidra con i suoi granelli di sabbia ha dato respiro alla mia anima in pena.
Scrivere? Servirebbe l’ispirazione.
Beati questi granelli che dalla loro hanno la gravità.

Cadono attratti dalla terra, uno dopo l’altro, senza possibilità di scelta, toccano il fondo. Ma è veramente il fondo se basta una mossa veloce della mia mano per riportarli in alto a ricadere? Soggetti alla gravità e al mio capriccio, prevedibile l’una quanto imprevedibile l’altro.
Sfugge ai granelli di sicuro il senso di quella che per me è talvolta una necessità, scandire il passare del tempo. Chissà se è così anche per me, granello di una clessidra più grande e complessa: non un’unica via per cadere ma molteplici, non solo la terra che attrae ma anche possibilità di scelta tra queste vie. E di tanto in tanto una mano che la capovolge non solo al termine di ogni corsa ma anche durante, interrompendo il cammino, stravolgendolo, causando incontri-scontri con altri granelli senza apparente motivo per me che son solo granello.
Eppure penso, son solo un granello ma senza di me lo scorrere del tempo sarebbe diverso.

Tempo.
Sono un granello ed ho un obiettivo, il tempo.
Ma questo tempo si chiude su di me.
Sento il cuore ribollire nel mio petto.
Nasce il desidero di spezzare questo vetro che m’imprigiona.
Sono stufo di raccontarmi la storia dell’equilibrio, stanco di cercare d’essere ciò che non posso essere.
Avrò miti e tracce da seguire ma saranno le mie mani a creare il mio destino.
Non mi sento fatto per il gruppo, l’individuazione ruggisce dentro me.
Ho bisogno di essere umilmente oltre la massa, granello di sabbia io.

Che poi, è possibile cercare di essere umile e oltre la massa nello stesso tempo?
C’è qualcosa di sbagliato nel voler prevalere? Io non credo.
La clessidra mi sta stretta, cadere e ritrovarsi in alto per poi cadere ancora insieme a tutti gli altri.
Sì, si incontrano granelli con cui è piacevole condividere un tratto di strada, anche il percorso intero ma non bisogna dimenticare se stessi. Insieme agli altri senza perdere il senso dell’individuo – ennesimo equilibrio.
Voglio uscir fuori da questi vetri ma poi che fine farei? Spazzato dalla mano che volta ogni volta la clessidra, dove finirei?
Almeno avessi la certezza di diventare sabbia di mare.

Sabbia di mare.
Ed è il pensiero del mare capace di sfiorare la mia anima, mi porta a perdermi nel tempo.
Faccio parte di una clessidra, faccio parte di granelli di sabbia che scorrono tra le mani del tempo.
È questo ciò che sono, il mio riflesso sul vetro non mi smentisce.
Ma batte nel cuore il coraggio della sabbia di mare.

Come si convive con questo? Sentirsi sabbia di mare ma essere sabbia di clessidra, intendo.
Non si può mica fuggire da questi vetri che sono catene. O forse si può?
E se si può, cosa succede dopo? Come si arriva al mare? Si arriva al mare?
Non si può avere la certezza e rischio di ritrovarmi non più sabbia di clessidra, non ancora sabbia di mare.

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