Delirio parte dodici – proverò a spiegare un pensiero contorto in un modo probabilmente non meno contorto, quindi torneremo al punto di partenza: ci sarà bisogno di una spiegazione.

fiori
“Possiamo credere solo a ciò che non vediamo.” Ho già provato una volta a spiegare cosa intendo con questa frase, ma non ci sono riuscita molto bene, quindi vediamo se riesco a far di meglio. In ogni caso, peggio credo che sarebbe difficile!
Credere presuppone fiducia. Se una cosa la posso vedere o toccare, non c’è bisogno di fiducia, perché siamo di fronte a un’evidenza.

Esempio 1.
Se io vi dicessi “Sapete, ho un account su Facebook”, voi non avreste la necessità di credermi: è evidente.
Se io vi dicessi “Sapete, ho anche Twitter”. Beh, allora – solo allora – avreste la possibilità di scegliere se credermi o no.

Esempio 2.
Un giorno cammino per strada indossando una maglia fucsia a pois verdi e viola, incontro il mio caro amico Sempronio e gli dico: “Sempry, amico mio (perché suppongo che Sempronio tra amici si abbrevi così), sai che ho una maglia fucsia a pois verdi e viola?”. A questo punto Sempry, che supponiamo non essere daltonico, dirà: “Ma sei scema? Ce l’hai addosso, mica devo crederti.”
Tuttavia, se incontrando Sempry gli dicessi che oltre alla maglia – che indosso – ho anche dei pantaloni della stessa sobrissima fantasia allora lui potrebbe anche dirmi che non mi crede. E io potrei anche arrabbiarmi per la sua mancanza di fiducia nei miei confronti.

A prescindere dal mio gusto nel vestire, quello che voglio dire è che è facile accettare come vero ciò che vediamo e in questo caso non c’è neanche bisogno di credere, non c’è scelta. Difficile, invece, può essere credere a ciò che non possiamo vedere o toccare. Lì si deve decidere se credere o meno, se riporre o no la fiducia in qualcuno o qualcosa. Possiamo credere solo a ciò che non vediamo: il resto spetta ai nostri sensi.

Ditemi che sono stata chiara o mi tocca spiegare la spiegazione e non so se sono in grado!

P.S. La frase dalla quale tutta la questione è partita è presa da un pezzo scritto per il laboratorio creativo di “Nel baule delle parole” e la trovate quihttps://www.facebook.com/NelBauleDelleParole/posts/598285526854511

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Delirio parte dieci – lo so che vi erano mancati i miei deliri (ma anche no).

coccinella
Non si può far contenti tutti, questo si sa. Io me lo ripeto ogni giorno, salvo ricadere spesso nello stesso errore di cerca di accontentare più persone possibili, me inclusa. Se possibile, me per prima.
Ora non so se riuscirò a esprimere quello che mi passa per la testa, in realtà ci ho provato già tre volte con scarsi risultati, quindi proverò a scrivere delle frasi semplici, in modo da non confondermi, non confondervi e non confonderci.
1) Noi sappiamo che non possiamo far contenti tutti.
2) Ci rimaniamo male se qualcuno si aspetta troppo da noi e non riusciamo a essere all’altezza.
3) Ci domandiamo perché la gente non capisca che non si può far contenti tutti: se lo capissero di sicuro non ci chiederebbero di fare/dire certe cose.
4) Eppure, noi per primi a volte ci aspettiamo che gli altri facciano/dicano certe cose in un certo modo e ci rimaniamo male se così non accade.
5) La domanda che sorge spontanea è: predichiamo bene e razzoliamo male?

Ora, perché ho usato il plurale? Potevo parlare per me, ma ormai mi è venuto spontaneo scrivere così. Concedetemi il beneficio del dubbio di non essere l’unica a predicare bene e razzolare male, pur senza voler generalizzare ovviamente.
Non c’è una conclusione a questo delirio, perché ancora non ho una risposta. Avrei potuto pensarci ancora un po’, ma il delirio sarebbe stato ancora più delirante e non è detto che sarei arrivata a una conclusione.

Piccola nota inutile: al punto 5) avevo scritto “predicare pene e razzolare male”, menomale che me ne sono accorta, così ho potuto correggere. Certo è inutile visto che in ogni caso vi ho detto che avevo sbagliato.

L’arrocco del riccio, 25 maggio 2013

Delirio parte nove – Parto da un’osservazione banale per arrivare a una riflessione profonda, ma non è detto che ci arrivi davvero.

divano

Ieri sera pensavo ai divani. Perché comprare un bel divano bianco, del quale magari ci piace anche il tessuto della copertura, per poi coprirlo con un telo di plastica trasparente? Per non farlo macchiare, giustamente. Credo che verrebbe anche a me in mente di fare una cosa del genere se avessi un divano così.
Però è strano. In fondo compriamo un oggetto perché ci piace e poi non ce lo possiamo godere appieno perché abbiamo paura che si rovini. E non fraintendetemi, sono la prima a pensare che si debba aver cura degli oggetti propri e altrui, ma sono anche dell’idea che gli oggetti siano solo oggetti.
Copriamo il divano perché non si rovini e per tenerlo in buone condizioni: perché? E con questo perché intendo “a che fine”?
Per eventuali ospiti? A parte che spesso vedo queste coperture anche in presenza di ospiti, ma se così non fosse credo che non ci godremmo nemmeno la loro compagnia. Avremmo paura di offrirgli un drink che potrebbe finire sul magnifico tessuto bianco. E anche gli ospiti forse non si sentirebbero completamente a loro agio. Io, per esempio, non mi ci sentirei ma forse non sono da prendere in considerazione, perché sono molti i posti in cui non mi sento a mio agio.
Cerchiamo di mantenerlo in buono stato per noi? Ma non possiamo comunque utilizzarlo.
Forse dovremmo allora rinunciare a qualcosa che ci piace? Secondo me no, ma per esempio si potrebbe utilizzare un tessuto lavabile e quando si sporca pazienza, si lava. Almeno però ci saremmo goduti quell’oggetto.
Immagino che lo stesso discorso si possa estendere ad altri oggetti di uso più meno quotidiano e tutto questo discorso era per arrivare a una riflessione molto profonda alla quale dedicherò sì e no un paio di righi.
Gli oggetti sono oggetti: sono le persone che contano. Rischiamo tutti (me per prima) di dare più importanza agli oggetti che alle persone. Non dico che i primi non possano o debbano essere importanti, ma ricordiamoci che senza le persone gli oggetti non servono a niente.

Potevo finire meglio, me ne rendo conto.

L’arrocco del riccio, 23 maggio 2013

 

Delirio parte otto – così, pur di non studiare.

coppia con cornice

Come diceva Cesare? “Gli uomini e le donne sono uguali”.
Forse avrei dovuto specificare che intendevo Cremonini, non l’altro Cesare, quello del Rubicone, per intenderci.
Dicevamo. Gli uomini e le donne sono uguali? Sì e no.
Insomma, sono evidentemente diversi e menomale. Chi si batte per l’uguaglianza dei sessi dovrebbe tenerne conto. Noi donne siamo diverse dagli uomini e questo non significa inferiori, non significa superiori, semplicemente significa diversi. O avrei usato un’altra parola.
Ma non è dell’uguaglianza dei sessi che voglio parlare. Parliamo di rapporti interpersonali.
Gli uomini e le donne sono uguali? Le donne sono tutte st***ze? Lo sono gli uomini? Entrambi? Nessuno dei due?
E ancora: le donne sono complicate? Lo sono gli uomini? Entrambi? Nessuno dei due?
Potrei continuare a lungo, ma oggi non mi sento portata a lunghi sproloqui e soprattutto voglio cenare (non pensate di venire dopo la cena nella lista delle mie priorità… beh, sì, pensatelo, ma sappiate che viene dopo la cena anche il mio fidanzato. Insomma, così sapete di essere almeno al terzo posto, ma davvero ci tengo a voi. E a vincere il premio parentesi più lunga dell’anno, evidentemente).
In ogni caso, riprendiamo il discorso.
Io direi che questo è uno di quei casi in cui si deve generalizzare e quindi la mia opinione, generalizzando è: non si può generalizzare.
Ci sono uomini che sono brutti e cattivi, ma anche donne. Ci sono uomini complicati, ma anche donne. E soprattutto, ci sono degli uomini e delle donne che in alcune occasioni sono brutti e cattivi, che in alcune occasioni sono complicati. In alcune occasioni e con alcune persone.
Il peggiore degli uomini, potrebbe incontrare una donna di cui si innamora pazzamente e per la quale diventa un agnellino. Tale donna, potrebbe essere stata fino a quel momento una bravissima ragazza, impazzire e iniziare a comportarsi da str***a. Anche qui, senza generalizzare.
Chi di noi non si è mai comportato male con una persona? Una volta dico, almeno una. Che ne sappiamo che l’uomo che si è comportato male con noi, non l’ha fatto per la prima volta? Come noi, integerrime, ci siamo comportate male un giorno con una persona totalmente innocente e che sicuramente non se lo meritava. Capita. Si rimane male? Ovvio. Ci si arrabbia? Ovvio. Ma col diretto interessato, non con la categoria.
Anche perché io conosco un ragazzo che definirei st***zo. E conosco una ragazza che definirei st***za. E così tutto il genere umano meriterebbe questa definizione. Voglio sperare che qualcuno si salvi.

L’arrocco del riccio, 17 maggio 2013

Delirio parte sette – Mi sento critica oggi – ma quando mai.

gufo
Allora, pare che sia la settimana internazionale del libro.
Pare, perché a cercare in internet, a parte la classica frase copiaincollata non ho trovato alcun riscontro, se non che esiste la giornata internazionale del libro (il 23 aprile). Ennesima catena o bufala? Può essere e se qualcuno sa che esiste davvero questa settimana e da chi è stata indetta, me lo scriva pure. Non faccio mistero del fatto di essere piuttosto impedita con le ricerche su internet.
In ogni caso, il testo in questione è il seguente.

“È la settimana internazionale del libro. Prendi il libro più vicino a te, vai a pagina 54, pubblica la quinta frase come tuo status. Non indicare il titolo. Pubblica le regole insieme alla frase. Buona lettura!”

Ora, premettendo che per me i libri potrebbero e dovrebbero avere non solo una giornata internazionale, ma anche una settimana, un mese o un anno, mi domando se sia questo il modo di incentivare la lettura.
Citazioni a caso senza neanche la fonte? Che metti che la frase mi ispira, mi vien voglia di leggere il libro e sono sfigata perché googlando non trovo il titolo o l’autore (ve l’ho detto che sono impedita)? Metti che l’amico che ha pubblicato la frase nel suo stato prenda molto a cuore la questione del “Non indicare il titolo”? Perché di persone pignole è pieno il mondo (io, per esempio) e di persone dispettose ancor di più (sempre io! Sempre io!).
E poi. Secondo me solo metà delle persone ha preso veramente il libro più vicino. Ci sarà stato qualcuno che si vergognava della propria lettura o che vicino aveva solo un libro scolastico/universitario noiosissimo e faceva più figo mettere un romanzo. Chi aveva un romanzo e si sentiva più figo con un testo universitario pieno di paroloni difficili. Chi aveva a portata di mano solo l’elenco telefonico (ma ce ne sono ancora molti in giro?) o la guida tv. Insomma, chi più ne ha più ne metta.
Che questa sia una catena o meno, non causa danni eccessivi, tranne la diffusione casuale di citazioni non citate, anche da parte di chi rompe spesso le scatoline (io! io! io!) sul fatto che le fonti vadano sempre messe ben in evidenza – ne sanno qualcosa numerose pagine Facebook. Però, questa mi pare la dimostrazione che chiunque può svegliarsi una mattina e inventare una catena, e troverà qualcuno disposto a copiare e incollare senza verificare. E questo vale, purtroppo, anche per catene che riportano notizie più o meno serie e più o meno inventate o ormai non più attuali, talvolta causando se non danni, almeno problemi (ricordo una bufala in cui si riportavano numeri di telefono di ospedali e medici, col rischio di intasare le linee telefoniche).
Ovviamente c’è la concretissima possibilità che io mi sbagli e che la settimana del libro esista, e allora mi scuso. Ma in buona fede vi dico che ho cercato un po’ su internet prima di lamentarmi. Tanto un altro motivo per lamentarmi l’avrei trovato di sicuro.

Tutto questo per dirvi che credo che inventerò una catena, uno di questi giorni. Sappiatelo.

L’arrocco del riccio, 24 settembre 2012

Delirio parte sei – Perché lo so che vi stavate preoccupando.

piselli

Come si fa quando non si distingue più se una sensazione è piacevole o meno?
Può mai essere che all’improvviso non capisca se una cosa mi provochi piacere o fastidio?
Certe cose non si dimenticano, credo. Sono innate, eppure.
Eppure è così, non riesco a capire cosa provo. Faccio cose che fino a poco tempo fa reputavo piacevoli e provo uno strano senso di fastidio. Ed è così strano che mi viene quasi da domandarmi se sia proprio fastidio. Magari sono io che non so riconoscere più le cose piacevoli.
O è così difficile ammettere di aver cambiato gusti? Perché i gusti cambiano, no? Ma come accade questa cosa? Come succede che un giorno piace qualcosa e il giorno dopo no? Ed è una cosa repentina, o succede gradualmente? A me da piccola non piacevano i piselli, poi ho imparato ad apprezzarli. E sì, mi riferisco ai legumi, che detto così potrebbe anche essere equivoco.
E può succedere con le sensazioni come con i piselli? E con le persone? Lo so, sto paragonando persone e piselli, ma vi avevo avvertito che era tutto un delirio.

L’arrocco del riccio, 13 maggio 2013

Delirio parte cinque – A questo punto mi domando perché non abbia chiamato la pagina “I deliri del riccio”

pozzo

Chi si accontenta gode? Volere ciò che si ha e non avere ciò che si vuole?
E, d’altra parte, non è forse giusto desiderare il massimo per se stessi e far di tutto per ottenerlo?
E se ciò che si vuole non si può avere?
E se ciò che si vuole non esiste? In tal caso è lecito accontentarsi? In tal caso è accontentarsi? Voglio dire, se quello che si vuole proprio non esiste, non si può neanche far una scelta in fondo.
Che poi qui ci sarebbe da discutere sul significato del verbo “accontentarsi”, perché sembra sempre che ci sia qualcosa di negativo in questo verbo. Un “potevo avere di più e invece mi accontento di questo”. E invece, stando al dizionario accontentarsi vuol dire essere appagati, contenti per qualcosa. Non c’è nessuna limitazione. Non c’è nessun paragone. Nessun “potevo avere… e invece…”.
E quindi come ci si deve regolare? Fino a che punto desiderare, fino a che punto accontentarsi, fino a che punto aspettare, fino a che punto limitarsi?
Tra il chi si accontenta gode e la fortuna aiuta gli audaci, dove ci si deve fermare?

L’arrocco del riccio, 30 agosto 2012