Vedo tutto intorno a me che cambia e io mi sto aggrappando a tutti gli appigli per restare non dico come sono ma almeno dove sono. Forse dovrei lasciami trasportare dal cambiamento, ma mi sembrava di aver trovato finalmente un posto tutto mio.
E lo so benissimo che mi adatterei altrove. Come all’inizio pensavo che questa sarebbe stata una parentesi e invece mi sono ritrovata e sperare che diventasse qualcosa di più, sono certa che mi piacerebbe anche qualcosa di diverso, in un posto diverso, con persone diverse.
E lo so benissimo che il cambiamento è importante, non è che non voglio cambiare in assoluto.
Vorrei solo restare qui mentre capisco cosa voglio.
(Ma se per capire cosa voglio fosse necessario prima cambiare?)

L’arrocco del riccio, 21 maggio 2020
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Domani si ricomincia e io mi sono accorta di due cose assolutamente insignificanti ma a cui per qualche motivo (stupido) non riesco a smettere di pensare di stamattina.
Non sono organizzata con il pranzo, non so cosa indossare.
Ora, io sono un assoluto disastro, ho una perenne confusione in testa ma proprio per metter un argine a tutto ciò, da quando lavoro mi auto-impongo sempre due cose: scegliere cosa cucinare a pranzo e a cena per il giorno dopo (così da sapere cosa portare a lavoro) e possibilmente fare una previsione per il giorno successivo e fare eventualmente la spesa; decidere cosa indossare preparando i vestiti la sera prima, fosse anche solo mentalmente.
Non che siano chissà quali certezze nella vita, tra l’altro quelle volte in cui per un motivo o per un altro non ho potuto decidere in anticipo cosa cucinare o mi sono accorta che la maglia che volevo indossare era da stirare (col cavolo che lo faccio se non sono preparata psicologicamente), me la sono sempre cavata benissimo a improvvisare.
E però oggi ho aperto il frigo e ho pensato che non so assolutamente cosa cucinare domani. E che avrei dovuto fare un po’ di spesa in più per la settimana perché domani quasi sicuramente non avrò tempo.
Poi ho guardato l’armadio, fresco di cambio di stagione, e ho cambiato idea almeno sei volte su cosa indossare. Al di là del fatto, che aver saltato a piè pari gli indumenti primaverili mi ha scombussolato un po’ – c’era quella camicia così carina che avevo comprato prima della pandemia…
Al di là di questo, maniche corte o maniche lunghe, pantaloni o vestito, scarpe da ginnastica o azzardo un tacchetto? Neanche da questo dipendesse la mia vita lavorativa, nemmeno facessi un lavoro in cui sono molto a contatto col pubblico. La mia vita lavorativa al momento ha un grosso punto interrogativo e non sarà di certo la maglietta giusta a migliorare la situazione.
Tra l’altro, le priorità sono ovviamente altre, mica non lo so.
Il fatto che io non sappia cosa mangiare domani presuppone che io ho la certezza di mangiare domani. Il fatto che io sia indecisa su cosa indossare lascia intendere che i vestiti non mi mancano.
È che ho sempre avuto queste due piccole certezze nella confusione più totale che regna nella mia testa, e avevo immaginato il rientro alla vita – quasi – di tutti giorni di una me brillante, che aveva approfittato della quarantena per fare chiarezza nella testa, migliorare nella formazione, in forma per l’attività fisica fatta. E invece non so che cucinare, mentre ci pensavo ho fatto fuori mezzo chilo di pane e qualsiasi cosa indosserò, domani avrò la panza che avevo fatto svanire a fatica. Tutto bene, insomma!

(In realtà sono abbastanza soddisfatta dei progressi fatti in questa quarantena. Domani mi ordino una pizza per pranzo e ciao)

L’arrocco del riccio, 17 maggio 2020
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Non si giudica un dolore da come lo si dimostra.
Chi può dire cosa si nasconde dietro un sorriso?
E se si piange, chi può dire quale sia la quantità giusta di lacrime da versare?
Se si sembra impassibili, chi può dire che non ci si senta solo bloccati?
Se ci si butta in mille attività, chi può dire che non sia solo un modo per sentirsi impegnati?
Se si vuole stare da soli, è perché non si vuole condividere nulla con gli altri o perché si ha bisogno un po’ di tempo per se stessi?
Se ci si circonda di persone è perché vogliamo tutte le attenzioni per noi o perché abbiamo bisogno di distrarci o di un sostegno?
Se chiediamo aiuto, siamo deboli?
Se non lo chiediamo, siamo arroganti?
Se ci trascuriamo, ci opponiamo alla possibilità di riprenderci?
Se ci prendiamo troppa cura di noi, siamo egoisti e ingrati?
Non si giudica un dolore da come lo si dimostra, soprattutto se non si è passati dallo stesso dolore. E poiché siamo tutti diversi tra noi, non potremmo mai passare dallo stesso dolore di qualcun altro, le nostre sensazioni e le nostre percezioni saranno sempre un po’ diverse.
Non si giudica un dolore da come lo si dimostra, forse un dolore non andrebbe giudicato mai, da nessun punto di vista.

L’arrocco del riccio, 16 maggio 2020
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